Voglio andare su Marte

Alessandro Nardone

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Pensate a quando andavate alle elementari e provate a mettere a fuoco i vostri compagni di classe. Sicuramente vi sono rimasti impressi gli amici del cuore, la bellissima bambina di cui eravate innamorati e il nerd, quello più sfigato, di cui magari anche voi avete riso a crepapelle quando, reagendo alle provocazioni dei bulletti del gruppo, urlò a squarciagola “io andrò su Marte!”. Gridarlo, per lui, non era soltanto il modo per esorcizzare quelli che ai suoi occhi apparivano come odiosi Gremlins spuntati da chissà dove per infastidirlo a scuola, ma anche e sopratutto una dichiarazione d’intenti: “guardate che mica scherzo, su Marte ci andrò per davvero, io”.

Intanto, mentre gli altri (compresi i bulletti che si credevano tanto migliori di lui) passavano le giornate facendo cose “normali”, lui si isolava davanti al suo computer, un Commodore Vic 20. I suoi amici giocavano a pallone? Lui programmava in BASIC. Imparò da solo, e lo fece così bene che a 12 anni creò un videogioco e ne vendette i codici. Anche per questo lo ritenevano uno sfigato.

“Non è normale, vive nel suo mondo”, bisbigliavano le voci di corridoio.

A pensarci oggi le angherie dei Gremlins e la separazione dei suoi genitori devono essere state la scintilla che fece divampare in lui la voglia di rivalsa, compensando quelle delusioni con la realizzazione dei suoi sogni.

Gli anni passano, e quel bambino diventa un uomo, di quelli capaci di dimostrare al mondo intero che impossibile è soltanto un opinione: Paypal, Tesla, SolarCity, OpenAI, Hyperloop, Neuralink e SpaceX sono sue creazioni. Così, giusto per capirci.

Come avrete capito il nome di quel bambino è Elon, Elon Musk.

Torniamo a oggi, al 7 febbraio 2018, per l’esattezza. Dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral – luogo già di per sé evocativo – è decollato Falcon Heavy, il razzo di SpaceX, la sua compagnia spaziale. Destinazione Marte, of course. Pur senza equipaggio, il razzo non viaggia in solitaria, perché porta con sé la Tesla Roadster di Musk, per l’occasione sostituito da un manichino ribattezzato Starman in onore dell’omonima canzone di David Bowie, che nel suo ritornello dice: lasciate che i bambini lo perdano/lasciate che i bambini lo usino/lasciate che tutti i bambini ballino.

Lasciate che tutti i bambini sognino e capirete che Marte, in fondo, non è poi così lontano.

Alessandro Nardone

 

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