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Mario Landriscina Sindaco di Como

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Mario Landriscina Sindaco di Como

Campaign Manager

Alessandro Nardone

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Vincere le elezioni senza una precisa strategia di comunicazione politica è impossibile, sia che si corra per la Casa Bianca sia per diventare Sindaco di Como. Di campagne elettorali ne ho fatte e gestite parecchie, ma l’esperienza alle passate elezioni presidenziali americane – prima come candidato fake alla nomination repubblicana e poi come inviato di un noto settimanale – ha arricchito la mia conoscenza, fornendomi strumenti che ho avuto subito l’opportunità di mettere in pratica accettando la sfida di riorganizzare daccapo la campagna elettorale del candidato sindaco del capoluogo lariano a 60 giorni dal voto.  Due mesi sono niente, se pensate alla mole di cose da fare. Non è certamente un caso, infatti, che molti addetti ai lavori lo giudicassero un compito improbo, soprattutto in virtù dell’assoluta consistenza del principale competitor che, da tempo, aveva già organizzato una massiccia campagna di comunicazione centrata anche sull’utilizzo dei berlusconiani 6X3 (molto criticati quando a sfruttarne le potenzialità era il Cavaliere ma successivamente molto copiati a sinistra nelle successive tornate elettorali).

Tra mille criticità di carattere politico e ambientale, l’unico punto di forza era il candidato civico, anzi, la persona. Medico, padre del «118 Elisoccorso» con alle spalle missioni in Sri Lanka e ad Haiti dopo tsunami e terremoto, nonché docente universitario in Italia e all’estero, Mario Landriscina è senza alcun dubbio uomo di altissimo spessore ma, paradossalmente, proprio in ragione della sua moralità, poco incline a raccontare il suo significativo percorso umano professionale.

Ergo, abbiamo subito cominciato l’attività di brainstorming per elaborare la nuova immagine del candidato, con il fine di dare vita a un vero e proprio brand che ci consentisse di recuperare lo svantaggio accumulato grazie a un messaggio immediatamente riconoscibile e capace di rappresentare l’identità della città. Contestualmente è partito il percorso di personal branding, in una prima fase con il lavoro del mental coach Francesco Fabiano finalizzato a estrapolare le parole chiave più importanti del candidato per poi utilizzarle nel corso della campagna e, successivamente, con la realizzazione di uno storytelling con l’obiettivo far emergere il valore della persona attraverso la sua storia.

Va da sé che, disponendo di un budget assai limitato, anche sul medium ho dovuto fare di necessità virtù, puntando quasi tutto sul web. In quest’ottica, il punto di partenza imprescindibile è stato quello di realizzare un sito in grado di diventare immediatamente il vero e proprio hub di tutte le principali notizie riguardanti il candidato, ma anche di fungere da suo principale megafono attraverso la pubblicazione di post capaci, di volta in volta, di fare opinione catalizzando l’attenzione di pubblico, media e avversari.

Avendo, con il sito, realizzato la precondizione necessaria per la presenza sui social networks è stato poi possibile partire con lo sviluppo di un’attività quotidiana sia su Twitter che su Facebook, grazie alla quale abbiamo potuto fare engagement dapprima creando una rete con i candidati delle liste che componevano la coalizione e, contestualmente, mediante campagne di Facebook Ads che ci hanno consentito di calibrare i nostri messaggi, facendo sì che venissero recapitati unicamente sulle bacheche di potenziali elettori.

Detto questo è sempre bene ricordare che, alla base di tutto, sono necessari contenuti capaci di coniugare qualità, tempestività ed efficacia. Che, tradotto, significa possedere il know-how necessario, conoscere il contesto ed essere capaci di analizzare e interpretare i feedback provenienti dal suo tessuto sociale e produttivo, stare sul pezzo 24 ore al giorno e avere quella capacità di pensare out of the box che ti consente di fare la differenza arrivando a idee e soluzioni anche soltanto un istante prima degli altri.

A conti fatti è stata un’esperienza sicuramente intensa ma, come dimostra la vittoria finale, non certo improba come pensava qualcuno. D’altronde, come direbbe Alex Anderson, «impossibile è solo un’opinione. Sbagliata».

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